“Lettere mercuriali” di Anacleto Verrecchia

“Così l’uomo banausico, ossia colui che fa tutto per denaro e che un tempo veniva guardato con disprezzo, oggi occupa il primo posto nella scala sociale.”
“Lettere mercuriali” (El Doctor Sax, 2014, pp. 188, euro 20) è l’opera postuma di Anacleto Verrecchia, una sorta di testamento intellettuale in cui l’autore raccoglie una serie di lettere immaginarie, insieme folli e “velenose”. A scriverle è il dio Mercurio, alter ego dello stesso Verrecchia, che le invia a Giove per descrivere ciò che accade sulla Terra, definita come un luogo “piccolo, ma rumoroso e fastidioso”, quasi degno di essere distrutto.
Da questo espediente nasce una raccolta di brevi riflessioni in cui si alternano critica culturale, osservazioni filosofiche e attacchi polemici contro la società contemporanea. Non c’è una vera trama, ma una successione di pensieri che colpiscono per lucidità e per la capacità di mettere in discussione molte certezze del nostro tempo, offrendo un ritratto severo e coerente della realtà moderna.
Fin dalle prime pagine, Mercurio si trova immerso in un mondo degradato, un luogo soffocato dal fumo, abitato da uomini che appaiono folli e malvagi, in una terra ormai “imbruttita e imbarbarita”. Il suo viaggio si trasforma presto in un’esperienza deprimente, che lo porta a constatare come la civiltà sia in declino e come, continuando su questa strada, si rischi persino l’estinzione.
Il mondo descritto da Verrecchia è sconsacrato e abbandonato, si va dalla Grecia alla Sicilia, da Napoli a Roma e poi l’America, la Russia… tutto appare segnato dalla perdita di qualcosa di importante. In questo scenario desolante, anche la poesia e le arti sembrano morte, incapaci di resistere alla decadenza generale.
Lo stile dell’autore è brillante, tagliente e profondamente sarcastico. Si avverte chiaramente l’influenza di Nietzsche e Schopenhauer, soprattutto nel tono pessimista e nella visione disincantata dell’uomo. Verrecchia non cerca mai di addolcire il giudizio, al contrario, insiste su una rappresentazione della realtà dura e provocatoria, che può risultare scomoda, ma proprio per questo stimolante e mai rassicurante.
Marianna Zito








