L’estate shakespeariana al Carignano di Torino: Jurij Ferrini e le sue Pene d’amore perdute

Anche quest’anno Prato Inglese, la proposta estiva dello Stabile di Torino dedicata a Shakespeare, si rivela una piacevole iniziativa per coltivare la conoscenza specifica di uno dei padri del teatro, godibile quasi come corollario e chiosa a tutto quanto è accaduto durante l’anno. Come a dire: ottimo proiettarsi nel futuro; ma prendiamoci, e per il bene di tutti, un appuntamento fisso con quel passato su cui non si discute. Protagonista, quest’estate, è l’attore e regista Jurij Ferrini, nato a Napoli ma formatosi a Genova e da tempo legato a Torino per varie ragioni e tutte meritevoli di plauso. Noi abbiamo avuto il piacere di recensirlo in più occasioni. Ferrini ha scelto di portare in scena Pene d’amore perdute e Racconto d’inverno, anche se qui recensiamo solo il primo dei due, tradotti e adattati da Diego Pleuteri.
Scritto fra il ’94 e il ’96, Love’s Labour’s Lost è una delle prime commedie del Bardo, e fra le più leggere, sebbene il lieto fine non culmini (come ci si aspetterebbe) con alcuno sposalizio. Ferdinando, re di Navarra, vuole dedicare tre anni della sua vita allo studio e all’erudizione. Con lui, tre uomini della corte: Biron, Longueville e Dumaine. Devono astenersi dai piaceri effimeri, dal sesso soprattutto, e non allontanarsi mai da Navarra. Quando firmano però, Biron, il più scaltro, fa notare agli altri che la prima tentazione è già alle porte: è in arrivo la principessa di Francia, con tre dame da compagnia (ovviamente), per discutere del ruolo dell’Aquitania, cruciale durante la Guerra dei Cent’Anni. Di qui la trama si dipana e si riannoda fra mille scambi e altrettante schermaglie che porteranno inevitabilmente al tradimento delle promesse, per gli uomini. Tutti cercano di celare i propri sentimenti, ma invano: lettere, incontri segreti, favori, seduzioni, equivoci quanto basta e poi ben di più, fino al confronto tra le parti con rinvio a giudizio. Quando gli uomini dichiarano il loro amore, infatti, le dame chiedono un anno per riflettere prima di accettare le proposte.
A livello interpretativo, non si possono avanzare critiche, ma solo educati complimenti per un gruppo coeso e intenso. Nel cast troviamo Vittorio Camarota (Ferdinando), Raffaele Musella (Biron), Aron Tewelde (Longueville), Samuele Finocchiaro (Dumaine), Giordana Faggiano (Principessa di Francia), Sara Gedeone (Rosalina), Roberta Calla (Caterina), Cecilia Bramati (Maria), Paolo Carenzo (Don Adriano De Armado), Matteo Federici (paggio) e Francesco Gargiulo (Zucca) e lo stesso Ferrini nei panni di Boyet, il gentiluomo francese. La regia, con la sua squadra di professionisti, ha voluto portare sul palco entrambe le anime di questo testo: la passione e… le risate. Il viaggio dello spettatore non è mai zavorrato da elementi o passagi di difficile comprensione, ma è anzi ancorato a quei clichés che fuori dal teatro combattiamo per superare: la frivolezza delle fanciulle e l’arrivismo dei maschi sono, qui, meri strumenti letterari utili a criticare in sicurezza gli schemi cavallereschi e la loro risibile natura, grazie alle atmosfere superficialmente disimpegnate. Si tratta di uno spettacolo semplice, nato per divertire e senza alcuna velleità di insegnare.
Scena e costumi sono di Anna Varaldo, luci di Antonio Merola, musiche/ di Andrea Chenna, suono curato da Riccardo Di Gianni. Noi abbiamo assistito alla recita del 19 giugno, al Teatro Carignano, e le repliche termineranno questa domenica, il 13 luglio (alternate con Racconto d’Inverno).
Davide Maria Azzarello








