“L’eco selvaggia del desiderio”, le opere di Dagny Juel curate da Luca Taglianetti

“…era norvegese, molto snella, con le forme di una Madonna del Trecento e una risata che faceva impazzire gli uomini”. Julius Meier-Graefe
Con “L’eco selvaggia del desiderio” (2025, pp. 176, euro 22), la casa editrice Lindau ci consegna un volume davvero prezioso, che raccoglie, grazie al preciso lavoro di curatela e traduzione di Luca Taglianetti, le poche ma intense opere della scrittrice norvegese Dagny Juel (1867-1901). Sorprende quanto sia stato breve il percorso letterario della Juel: il racconto Rediviva; quattro prose brevi: Sing mir das Lied vom Leben und vom Tode…, Et la tristesse de tout cela, oh, mon âme…, All’mbrunire, In questa tomba oscura…; i drammi: Den Sterkere (Il più forte), Når solen går ned (Al calar del sole), Ravnegård, Synden (Il peccato); mentre le sue poesie furono scoperte solo dopo la sua morte, alla ricerca di “parti di sé, disseminati lungo questi paesaggi dell’anima…” come scrive di lei Mary Kay Norseng.
Nella sua corposa Introduzione Luca Taglianetti ripercorre le tappe e gli sviluppi di una vita breve ma intensa. Dagny Juel non mostrava particolari ambizioni letterarie, era una donna moderna ed emancipata, sentimentale e affascinante, sfrontata e ricca di emozioni profonde: una donna paragonata a un’opera d’arte, nonché musa di Edvard Munch e che, probabilmente, ispirò il quadro che riempie meravigliosamente la copertina del volume, Madonna (1894-1895). Sempre in viaggio, con una vita amorosa ricca e movimentata, da vera bohemienne, sarà lo stesso Munch a inserirla nella cerchia che animava le mura del Ferkel. Si innamorò e sposò lo scrittore Stanislaw Przybyszewski, ma fu proprio lui a condurla amaramente verso una tragica morte.
I suoi scritti analizzano, da un punto di vista psicologico, le donne e il loro rapporto con l’amore e con gli uomini che le fagocitano, e sono storie attraversate da una forte tensione e natura drammatica. La natura, infatti, non fa semplicemente da sfondo alla vicenda, ma sembra partecipare agli eventi, diventando una sorta di proiezione delle passioni e delle paure dei protagonisti. Non mancano la morte e le ripercussioni che la stessa continua ad avere nella vita di chi rimane: le anime diventano anime persecutorie che non si fanno dimenticare e la loro eco accompagna i vivi per il resto delle loro vite. Taglianetti si sofferma ampiamente su queste caratteristiche prima di accompagnarci alla lettura diretta delle opere dell’autrice, che presentano un forte legame con le vicende della sua vita. Opere in cui lei si rivela, sentendosi pienamente libera di poterlo fare.
È proprio attraverso queste opere che si può comprendere la modernità della scrittura della Juel e il particolare momento culturale nel quale essa si inserisce. Siamo negli anni Novanta dell’Ottocento, in una fase di passaggio dal realismo e dal naturalismo verso una letteratura più attenta alla dimensione psicologica, al simbolismo, al decadentismo e alle inquietudini della sensibilità fin de siècle. L’attenzione si sposta dalla rappresentazione della realtà esterna all’esplorazione dell’interiorità, del desiderio, dell’angoscia, della solitudine e dell’irrazionale. È una scrittura dove amore, solitudine, desiderio e morte si intrecciano continuamente e in cui ciò che conta non è tanto raccontare un avvenimento, quanto restituire l’inquietudine presente nell’animo di chi lo vive. A fare da sottofondo c’è la musica. Una musica che attraversa la sua esistenza e la sua produzione come un motivo ricorrente, una melodia che accompagna i personaggi e che, anche quando la vicenda si conclude, continua a risuonare.
Juel porta all’interno di questo clima culturale il desiderio femminile, facendone una forza autonoma, inquieta e spesso trasgressiva. Le sue protagoniste non sono semplicemente vittime delle circostanze o degli uomini: desiderano, scelgono, seducono, tradiscono e talvolta esercitano a loro volta un potere distruttivo, trasformando l’amore in un territorio di conflitto. È una prospettiva particolarmente significativa nella cultura scandinava di quegli anni, segnata dal dibattito sulla condizione femminile e dall’eredità del cosiddetto Modern Breakthrough, che aveva portato nella letteratura questioni come l’emancipazione femminile e i rapporti tra i sessi. Juel scrive, infatti, in un’epoca dove la figura femminile sta cambiando e porta nella letteratura una donna che non vuole essere soltanto osservata, amata o posseduta, ma che desidera essere soggetto della propria esperienza. Dagny Juel dà voce al desiderio femminile trasformandolo in una letteratura inquieta e potente.
Marianna Zito








