“L’attimo fuggente” – Lo spettacolo tratto dal memorabile capolavoro di Peter Weir in scena al STM Studio di Milano

RECENSIONE DI: “L’Attimo Fuggente” – Teatro STM Studio Arcimboldi di Milano (20 marzo 2026)
“Andai nei boschi perché volevo vivere con saggezza… e succhiare tutto il midollo della vita.”
Henry David Thoreau – (Walden)
C’è una domanda scomoda, quasi inevitabile, che ci si trova a porre a sé stessi nel momento in cui si assiste a questo “Attimo fuggente” approdato dal Cinema a Teatro (più precisamente allo STM Studio del TAM Teatro Arcimboldi), ed è una domanda che non riguarda tanto lo spettacolo in sé quanto piuttosto lo spettatore che lo attraversa: “di chi è l’emozione che provo?” o meglio ancora “da dove mi sta arrivando questa emozione?
Portare in scena un’opera così profondamente radicata nell’immaginario collettivo significa indubbiamente accettare di misurarsi con una condizione ambigua. La regia di Marco Iacomelli sembra esserne ben consapevole e costruisce l’allestimento proprio su questo crinale: non tanto una riproduzione, quanto un confronto con la memoria.
Da un lato, il testo è una garanzia: una struttura drammaturgica solida, quasi inattaccabile. I suoi passaggi chiave sono già iscritti nella percezione e nel ricordo dello spettatore e per questo riusciamo a riconoscerli prima ancora che accadano. In questo senso, il film capolavoro di Peter Weir funziona come un paracadute invisibile e anche quando la scena si dovesse fare fragile, sarebbe la memoria a sostenerla. Dall’altro lato, però, proprio questa memoria rischia di diventare ingombrante. Non si entra mai davvero “da zero”. Si entra con negli occhi un volto, quello di Robin Williams, e con nelle orecchie inflessioni, pause, accenti che appartengono a un’altra forma, a un altro tempo, a un’altra perfezione.
Il Keating portato in scena da Massimiliano Perticari sceglie allora, intelligentemente, la via della sottrazione. Non rincorre il modello, inarrivabile per carisma, ma si colloca in una zona più fragile, più umana, meno iconica; costruisce una figura che non chiede di essere seguita, ma interrogata. Attorno a lui, anche per merito di alcuni elementi del cast in particolare, il gruppo degli studenti costruisce un tessuto corale credibile nel momento in cui evita l’imitazione e lavora invece su una presenza diretta, esposta, quasi vulnerabile. È qui che entrano in gioco la regia ma anche lo spazio raccolto dello STM Studio, la prossimità tra attori e spettatori, l’assenza di una vera distanza scenica. Iacomelli non cerca di competere con l’immagine cinematografica, né al contrario di stravolgerla, ma la rispetta nel cercare di spostare il baricentro su altro: sull’esperienza; sul qui e ora. Su ciò che accade davanti a noi.
E, tuttavia, la domanda resta.
Se mi emoziono nel sentire certe battute, nel riconoscere certi passaggi, se quel “O capitano! Mio capitano!” mi attraversa, è lo spettacolo che sta agendo su di me o è invece il ricordo che si riattiva? La risposta forse non può essere univoca, perché questo “Attimo fuggente” vive esattamente in questa sovrapposizione tra ciò che vediamo e ciò che ricordiamo; tra il presente della scena e il passato dello spettatore. E allora il vero discrimine non è stabilire un merito, dell’allestimento oppure del film, quanto piuttosto capire se il teatro possieda la forza necessaria per fare un passo ulteriore: trasformare la memoria in esperienza.
Quando uno spettacolo si limita a evocare, non può che restare inevitabilmente subordinato al confronto; ma se riesce a incrinare il ricordo, a renderlo instabile, a farlo vibrare in modo inatteso, allora accade qualcosa di diverso: l’emozione non è più soltanto nostalgia, ma diventa un evento.
È certamente qui che si gioca la partita più interessante: non nel riprodurre un immaginario condiviso, ma nel metterlo in crisi. Perché, in fondo, il rischio più grande non è fallire nel dire “Carpe Diem”… è continuare a dirlo senza sentirlo più.
Il paradosso, alla fine, è evidente: questo “Attimo fuggente” funziona proprio nel momento in cui smette di credere fino in fondo al proprio slogan: quando il “Carpe Diem” si incrina; quando diventa opaco. Quando, sulla scena, si trasforma da imperativo a interrogativo.
Non si tratta più di cogliere l’attimo, ma di capire se siamo ancora in grado di riconoscerlo.
E forse, proprio in uno spazio così intimo in cui la vicinanza tra le persone e con gli attori ha un peso, per un istante – non fuggente ma sospeso – qualcosa (ci) accade davvero e “succhiare il midollo della vita” acquista un significato più profondo, autentico e personale.
A.B.
Fotografia di Alessandro Morinoi
L’Attimo Fuggente
Regia di Marco Iacomelli. Musica di Marco Iacomelli interpretata dai Venere.
Cast: Massimiliano Perticari John Keating, Marco Massari Paul Nolan, Daniele Bacci Sig. Perry, Leonardo Della Bianca Neil Perry, Matteo Pilia Todd Anderson, Pietro Lancello Charlie Dalton, Marco Possi Knox Overstreet, Andrea Ciampi Richard Cameron, Alessandro Rizza Steven Meeks, Linda Caterina Fornari Chris.








