“La Maledizione di Venezia (The Orphan)” di Roberta Calandra

“Essere un’orfana a Venezia significa appartenere a tutti e a nessuno, camminando in bilico tra la nebbia del passato e il riflesso di un futuro già scritto dal destino.”
Le pagine di Roberta Calandra vibrano di una sensualità lugubre, un’eleganza noir che trasforma Venezia da meta da cartolina a organismo vivente, pulsante e pericoloso. Nel suo unltimo romanzo “La maledizione di Venezia (The Orphan)”, edito da Orelli Edizioni (2025, pp. 405, euro 17,67), la narrazione non si limita a raccontare una storia, ma evoca un’esperienza sensoriale completa, dove l’umidità della laguna sembra trasudare dalle righe stesse del libro.
La scrittura della Calandra è densa, quasi materica; possiede la capacità rara di rendere tangibile l’odore del salmastro e la claustrofobia di certi interni nobiliari ormai stanchi. Al centro della vicenda svetta l’ombra di Ca’ Dario, il “palazzo che uccide”, che qui smette di essere un semplice riferimento storico per farsi epicentro di una tensione ineluttabile. La maledizione che grava sulle sue pietre non è però solo un artificio esoterico, bensì lo specchio di un’indagine interiore ben più profonda: quella sul senso di abbandono che il sottotitolo, The Orphan, suggerisce con forza.
L’incontro tra Michel, popstar dal carisma irrequieto, e Adam, archeologo inglese votato alla razionalità, funge da reagente chimico. Il loro legame, intenso e costellato di frizioni, è il filo rosso che guida il lettore attraverso calli silenziose e palazzi decadenti. Mentre i due si addentrano tra simboli antichi e segreti sepolti sotto il fango dei canali, la narrazione scivola agilmente dalla suspense del thriller all’introspezione psicologica.
La Venezia descritta dall’autrice è gotica e viscerale, una città che osserva e giudica i suoi abitanti, custode di verità che chiedono un prezzo altissimo per essere svelate. La “maledizione” diventa così una potente metafora dei traumi non elaborati, di quelle ferite dell’anima che, se ignorate, finiscono per influenzare il destino proprio come un antico anatema.
Roberta Calandra conferma una sensibilità moderna nel filtrare l’immaginario del gotico italiano. Non c’è mai un compiacimento barocco fine a se stesso; ogni parola è pesata per costruire un’atmosfera dove il confine tra realtà e suggestione si fa sottilissimo. Ne risulta un’opera affascinante e colta, un viaggio nel dolore e nel mistero che invita a riflettere su quanto del nostro passato condizioni, invisibilmente, ogni nostro passo nel presente.
Federica Scardino








