La “destinazione della speranza” arriva a Milano con il festival MITO VIVO dal 1 al 23 dicembre – Intervista alla direttrice artistica Silvia Giulia Mendola

Milano, Teatro del Borgo, questo il luogo in cui si svolgerà, dal 1 al 23 dicembre, il festival MITO VIVO, con in programma spettacoli teatrali, concerti, laboratori e una conferenza filosofica tenuta dal filosofo Vito Mancuso. Un appuntamento importante, ancora di più in questo momento storico. MITO VIVO è promosso dall’associazione Pianoinbilico, in collaborazione con la Compagnia Oyes, l’Associazione Musicale Maffeislab, la Compagnia Odemà e il supporto tecnico del Teatro del Borgo. La direzione artistica è affidata a Silvia Giulia Mendola, a cui abbiamo posto qualche domanda per saperne di più sul festival.
Da dove nasce l’idea di questo festival e la collaborazione con il Teatro del Borgo, la Compagnia Oyes e l’Associazione Musicale MaffeisLab?
L’idea di MITO VIVO nasce da un amore viscerale per la mitologia greca e dalla volontà di indagare quali potrebbero essere i Miti oggi. Viviamo in un’epoca frammentata, veloce, incerta e alla deriva… Ho sentito il bisogno di creare uno spazio dove il racconto antico potesse tornare a parlarci, non come qualcosa di polveroso, ma come un linguaggio vivo. La collaborazione con le altre realtà è stata naturale. Con la Compagnia Òyes e Odemà condividiamo un percorso artistico e una visione del teatro come luogo di incontro e dialogo. L’Associazione Musicale MaffeisLab porta la dimensione sonora, fondamentale sia perché il mito in origine era oralità e canto sia perché sono anni che registicamente, non riesco a farne a meno! Il Teatro del Borgo, che ci ospita in via Verga 5 e ci supporta tecnicamente è il luogo ideale per radicare questo progetto nel territorio. E naturalmente, tutto questo è diventato realtà grazie alla fiducia e alla sovvenzione del Comune di Milano, che ha creduto nella nostra proposta.
Il Mito greco come guida, orientamento, unione, in un presente dove invece si punta sempre di più al virtuale con i social o con l’intelligenza artificiale che sta prendendo sempre più piede. Perché secondo te, oggi si ha ancora bisogno del mito quando basta un click per avere le risposte a (quasi) tutto? Cos’altro, oltre al Mito, potrebbe farlo?
È vero, oggi con un click abbiamo tutte le informazioni, ma abbiamo davvero le risposte? E ci bastano delle risposte così definitive, bianche o nere o come sempre abbiamo bisogno del grigio, della via di mezzo, della misura. L’intelligenza artificiale può dirci “come” funzionano le cose o “quando” sono accadute, ma il Mito ci spiega il “perché”. Il Mito non è un database di dati, è, come diceva Jung, custode degli archetipi dell’anima. Abbiamo bisogno del Mito perché è una bussola. In un mondo virtuale che ci disincarna, il Mito ci riporta alle passioni umane, al destino, alla tragedia e alla speranza in carne ed ossa. Cos’altro può farlo? Forse solo la Filosofia e la grande Arte in generale. Tutto ciò che ci costringe a guardare dentro noi stessi e non dentro uno schermo. James Hillman diceva che il mito è “da abitare”: ecco, noi abbiamo bisogno di case per l’anima, non solo di cloud per i dati.
Nel tuo percorso artistico cosa hai trovato nel Mito e cosa vai ancora cercando in esso?
Nel mio percorso ho trovato nel Mito una fonte inesauribile di specchi. Ogni volta che affronto un personaggio mitologico, trovo un pezzo di umanità che risuona con il presente in modo sconvolgente. Ho trovato la fragilità dei vinti e la forza delle passioni che non cambiano nei secoli.
Cosa cerco ancora? Cerco la “destinazione della speranza” come direbbe Vito Mancuso. Cerco di capire come quelle storie antiche possano aiutarci non solo a comprendere chi siamo, ma a immaginare chi potremmo ancora e ancora e ancora diventare. Cerco nel Mito quella capacità di unire le generazioni, di far parlare un adolescente di oggi con un eroe di tremila anni fa!
Il festival inizia con uno spettacolo frutto del laboratorio teatrale per allievi adulti, dal titolo “Mito e Stelle”, un viaggio tra teatro, musica e cielo notturno. Come è stato accolto questo lavoro, con la drammaturgia di Alessia Bianchi e cosa vedranno gli spettatori?
“Mito e Stelle” è un’apertura molto simbolica per noi. È stato accolto con grande entusiasmo dai partecipanti proprio perché tocca un tema ancestrale: il guardare in alto. Grazie alla drammaturgia sensibile di Alessia Bianchi, gli spettatori vedranno un viaggio che intreccia la navigazione dei Greci antichi — che si affidavano alle stelle per non perdersi in mare — con il nostro bisogno metaforico di orientamento. È uno spettacolo corale, ironico, a tratti comico e poetico, dove la musica e la parola si fondono per raccontare come il cielo sia stato il primo grande libro di storie dell’umanità. È la dimostrazione che il teatro può essere un rito collettivo di riscoperta.
Oltre “Mito e Stelle”; sei regista anche dello spettacolo “Mito ed Eroi”, “Mito ed Eroine” insieme a Michele di Mauro e “Mito e Amanti” dove hai anche firmato la drammaturgia con Fabio Zulli e sei in scena con la Compagnia Oyes e la Compagnia Odemà. Raccontaci un po’ di questi spettacoli, che gestazione hanno avuto e come si stanno evolvendo.
Sono tre tappe fondamentali del festival, ognuna con un’anima diversa. In “Mito ed Eroine”, lavorare con un regista/attore essere umano straordinario come Michele Di Mauro ci permette di esplorare la dignità dei vinti e la forza femminile, dando voce a figure che spesso subiscono la storia invece di scriverla. A Michele Di Mauro devo uno scatto, scarto, salto dell’anima, in teatro e non solo, che mai avrei potuto avere se non l’avessi incontrato. “Mito e Amanti”, scritto con Fabio Zulli, è forse il più viscerale: con la Compagnia Oyes e Odemà indaghiamo l’amore che attraversa i secoli, quella forza che è capace di costruire e distruggere mondi. perché la costruzione di un amore spezza le vene delle mani, come ci dice Fossati (canzone che canteremo in scena!) La gestazione di questi lavori è stata un continuo dialogo tra i testi classici e contemporanei. Si stanno evolvendo proprio ora, nelle prove, diventando sempre più multidisciplinari: non è solo prosa, è un intreccio di corpi, voci e significati che si trasformano scena dopo scena.
Il Festival avrà degli ospiti importanti: in primis Vito Mancuso, che terrà la conferenza “Il mito tra illusione e verità” il 12 dicembre, esattamente a metà festival. Il 23 dicembre, invece, a chiusura del festival si esibirà Simona Severini, accompagnata da Michela Fagnani alla chitarra, Alessandro Rossi alla batteria e la partecipazione degli allievi dell’Associazione musicale MaffeisLab per “Mito e Musica”. Come sono nate queste collaborazioni?
La presenza di Vito Mancuso è il cuore filosofico del festival. Il suo libro sulla “destinazione della speranza” è stato per noi una guida; quindi, averlo il 12 dicembre per parlarci del mito tra illusione e verità è un onore immenso; è il tassello che unisce il pensiero all’azione scenica. È la seconda volta che collaboriamo con Vito ed è una persona Stra-ordinaria. Per la chiusura, volevamo che fosse la musica a parlare. Simona Severini è un’artista raffinata che sa scavalcare i generi, e la sua collaborazione con l’Associazione MaffeisLab rappresenta perfettamente l’idea di trasmissione del sapere: professionisti e allievi insieme sul palco. Sono collaborazioni nate dalla stima reciproca e dalla voglia di creare un evento che non fosse solo una rassegna di spettacoli, ma un vero progetto culturale integrato.
Cosa ti aspetti da questo festival?
Mi aspetto che sia un luogo di incontro e confronto. Spero che chi verrà al Teatro del Borgo non si limiti a guardare uno spettacolo, ma si porti a casa una domanda, un’emozione, o quella “bussola” di cui parlavamo prima. Mi aspetto di vedere in platea generazioni diverse dialogare tra loro. Se riusciremo a far sentire che il Mito non è una reliquia del passato, ma una lente potente per leggere il nostro presente e immaginare un futuro più luminoso e giusto, allora avremo raggiunto il nostro obiettivo. Vi aspetto tutti in via Verga 5.
Roberta Usardi







