Irreversibilmente qui: “La signora Meraviglia” di Saba Anglana

“Ma no, a te non si vede, sembri una del sud”, mi ha detto più di una persona, credendo di rassicurarmi calpestando il mio orgoglio. Come se il “non si vede” ti mettesse al riparo dall’essere…
Mimetizzarsi, non dare nell’occhio, contare fino a dieci prima di rispondere, evitare in ogni modo di calpestare i pregiudizi degli altri su chi è straniero e su chi è diverso. Oppure fare una scelta e indossare tutti i colori che vibrano nel prisma della memoria, fare tesoro di qualsiasi ferita minuscola e maiuscola, abbracciare la fatica senza smarrire il sorriso, muoversi fino a perdere il conto dei passi così da esercitare fino in fondo il diritto di abitare la propria luminosissima irreversibilità. Perché verrà sempre qualcuno a dirti cosa puoi e cosa non puoi essere. Ma intanto l’esercizio di una scelta allena alla trasformazione. Siamo attori in questa vita. Entriamo e usciamo dai ruoli per saperli forse un giorno interpretare tutti.
Saba Anglana affida alle pagine de La signora Meraviglia (2024, pp. 304, Euro 17,00) una storia che ne abbraccia molteplici altre, spaziando dal Corno d’Africa al Veneto rurale, passando per le interminabili stanze della burocrazia e per le strade di Ostia dove, di recente, i muri si sono ammalati: improvvisamente sono spuntate come cisti decine di manifesti e scritte contro gli immigrati. L’opera, edita da Sellerio, segna l’esordio letterario dell’artista ed è tra i dodici candidati al Premio Strega 2025.
La narrazione muove su due piani temporali, a capitoli alterni, secondo un ritmo che ricorda quello delle maree. Si parte dalla capostipite, nonna Abebech, “fiore che sboccia”. Nata e cresciuta sull’altopiano d’Etiopia tra gli arbusti di caffè, negli anni ‘30 è poco più che bambina e men che ragazza quando un ascaro somalo la porta via con la forza e poi la abbandona in mezzo a gente che non parla la sua stessa lingua; anni dopo, in una Mogadiscio resa accecante dal sole e furiosamente spazzata dal vento, Abebech entrerà in contatto con una misteriosa figura, Wezero Dinkinesh, esperta di spiriti e di cruenti riti di purificazione del corpo femminile.
All’altro capo della matassa Dighei e Saba, rispettivamente zia e nipote, unite nell’impresa di soddisfare una volta per tutte i requisiti della cittadinanza nell’Italia del 2015: una sorta di gioco dell’oca in cui, per avvicinarsi al traguardo, serve una generosa scorta di pazienza e una buona dose di fortuna, ci si può ritrovare bloccati su una casella per chissà quanto tempo o addirittura costretti a ripartire dall’inizio. L’identità, così come la memoria, sopravvive finché viene messa in movimento, finché radici, tronco e rami continuano a formare un unico tessuto in grado di affondare, con pari slancio, nel suolo e tra le nuvole.
La scrittura di Saba Anglana ci immerge in un mondo denso di sfaccettature, cibi speziati, strumenti musicali tradizionali e boccette d’acqua di colonia. Leggendo, si ha l’impressione di avvicinare il viso alle cose, osservarle da vicino fino a sentirne il profumo, lo scricchiolio, la sensazione tattile sulle guance; la stessa attenzione viene data alle parole (in prevalenza dal somalo e dall’amarico) di cui troviamo un’accurata selezione in appendice al romanzo.
Pier Paolo Chini








