Intervista a Dario Pontuale, autore di “Storia Prossima”

Eccoci con Dario Pontuale, autore di “Storia Prossima” (2025, pp. 200, Euro 19), pubblicato dalla casa editrice Atlantide, un racconto degli Ultimi, ambientato nella Roma di fine Ottocento. Come nasce l’idea del romanzo, perché hai deciso di pubblicarlo proprio adesso?
Leggendo un saggio sulla storia dell’anarchismo romano, m’imbattei in un misfatto accaduto nell’Urbe. Fortunatamente, in nota trovai specifici riferimenti bibliografici. Decisi di approfondirli in emeroteca, sfogliando i quotidiani dell’epoca, raccogliendo dagli articoli decisive informazioni. Scoprii quanto quello che apparentemente sembrava uno “fattarello” minore, all’epoca coinvolse alte sfere amministrative, destando clamore nell’opinione pubblica e coinvolgendo cariche istituzionali. Continuai le ricerche sopra una vicenda esplosa nel 1897, ma che affondava le radici nel 1893. Studiando mi accorsi di quante analogie intercorrevano tra l’Italia di allora e l’attuale, quanti vizi politici si ripetevano ieri come oggi, quante logiche distorte si replicavano identiche alle odierne. La vicenda risaliva a più di un secolo addietro, eppure le dinamiche, i comportamenti pubblici, gli insabbiamenti del Potere, i complotti politici, gli scandali finanziari, le storture comunicative e di costume apparivano di sconcertante attualità.
Cosa è stato necessario per riportare in vita dal passato? Come sei riuscito a ricostruire fedelmente le vicende?
Per raccontarli con piena esattezza servivano mirate fonti: storiche, linguistiche, demografiche, tecnologiche, soprattutto urbanistiche; poiché riguardava i decenni della “trasformazione”, quelli venuti dopo l’unità d’Italia, l’ingresso dei Savoia, l’assestamento Pontificio, l’irreggimentazione del Tevere, l’ammodernamento toponomastico; insomma gli anni della “Roma sparita”. Trascorsi mesi in biblioteche, archivi, fondazioni; consultando: fondi documentari, mappe, atti legali, sentenze giudiziarie, discorsi parlamentari, guide turistiche, guide di locali, cataloghi d’arte, riviste di moda, progetti architettonici, almanacchi.
Preparati sfondo e cornice, quindi, mancavano i personaggi. Come nascono? In base a quali criteri sono stati scelti e sono stati inseriti nel luogo più consono, ossia Roma?
Una volta ricostruiti gli avvenimenti, ordinate le mutazioni paesaggistiche e culturali, esaminate le biografie; mi dedicai all’aspetto letterario che avrebbe assunto il romanzo, alla struttura stilistica. La grande Storia, in fondo, già tracciava una linea narrativa; già segnava un filo al quale volevo assolutamente restare fedele; però intendevo inserire un protagonista di fantasia e un corollario di personaggi affini. Un personaggio giovane, da far crescere pagina dopo pagina, inizialmente estraneo a quel mondo “alto”, un osservatore esterno, proveniente da un ceto distante. Scelsi un elemento originario da una famiglia romana dalla forte connotazione popolana e con una spiccata ideologia politica. In fondo quelli erano anni di grandi fermenti ideologici. Intendevo descrivere uno spaccato che rispondesse a una visione dal basso delle vicende politiche, ma che al contempo se ne trovasse coinvolto, volente o nolente, capitolo dopo capitolo. M’interessava sottolineare come la grande Storia ricada sulla piccola Storia, come l’esperienza del singolo, tanto quanto quella di un nucleo, possa trovarsi elemento passivo/attivo di un ingranaggio infinitamente grande. Mi attirava, oltre poi, immortalare la Roma dell’epoca; nelle antropologie quotidiane, negli scorci scenici, nei mestieri, nei riti di una città che, in quel tardo Ottocento, subiva mutazioni profondissime e rapide, alle quali si adeguò nei vizi e nelle virtù. Un aspetto che da sempre m’ispira e attrae non soltanto come studioso, o come scrittore, soprattutto come romano, curioso di rintracciare le origini della storia, della gente, dei luoghi.
In quanto tempo hai sviluppato questa storia? Qual è l’obiettivo principale per cui hai deciso di portarla alla luce?
La stesura del romanzo ha richiesto ben sei anni di dura fatica, resi ancora più difficoltosi dalle limitazioni bibliotecarie dovute alla pandemia. Il risultato, tuttavia, corrisponde a fonti dirette, così come l’esattezza delle date, dei discorsi pubblici, delle personalità citate, delle lotte, delle cifre riportate, delle descrizioni fisiche. In tale attendibilità fattuale risiede l’intrinseca finalità dell’opera, un messaggio sotteso che auspica mostrare le somiglianze, di varia natura, che ricorrono tra l’Italia post unitaria e l’attuale. Attraverso una cronaca oggettiva dei fatti, vorrebbe suggerire al lettore che, in fondo, questo Paese non è troppo diverso da ciò che fu, che la narrazione di una nazione fedele al puro ideale Risorgimentale, è un retaggio estremamente demagogico. Un romanzo storico, dunque, ma non solo. Soprattutto civile.
Marianna Zito








