Il Russian Classical Ballet porta “Lo schiaccianoci” all’Auditorium di Trento

Lo Schiaccianoci è uno di quei titoli che sembrano innocui finché non li si guarda davvero: ciò che colpisce non è tanto la familiarità della fiaba, quanto la sua capacità di rivelare, poco per volta, un sottotesto più inquieto e stratificato. Il gioco, il sogno, la metamorfosi, sono senz’altro elementi noti, ma che in questo spettacolo si offrono con una chiarezza nuova, come se la tensione della protagonista tra infanzia e desiderio adulto fosse più leggibile proprio perché non data per scontata. Vale la pena ricordare che Lo Schiaccianoci, presentato per la prima volta nel 1892 al teatro Mariinskij di San Pietroburgo, nasce dal fortunatissimo incontro tra la tradizione coreografica padroneggiata da Marius Petipa (ideatore del libretto e della prima coreografia) e la fantasia musicale di Pëtr Il’ič Čajkovskij, configurandosi fin da subito come l’erede più eccellente di un percorso che dal “ballo nobile” rinascimentale, passa per la Francia ottocentesca e trova, in Russia, una nuova sintesi tra danza, musica e arti visive. Il nucleo narrativo dello spettacolo affonda le radici nel racconto di E.T.A. Hoffmann Lo schiaccianoci e il re dei topi, un testo che, nella sua versione originale, conserva un tono misterioso e persino perturbante, con atmosfere notturne e un gusto per gli automi che appartiene al mondo visionario dello scrittore tedesco. Nel passaggio al balletto molte di queste sfumature vengono smussate, ma resta intatta la sostanza letteraria: la storia di una bambina che, attraverso il sogno, si confronta con paure e desideri e scopre un primo sguardo verso la maturità.
Il Russian Classical Ballet, prestigiosa compagnia fondata a Mosca nel 2005, lo ha recentemente portato in scena a Trento, in doppia replica, nell’ambito della ricca stagione di danza del Centro Santa Chiara CSC. Diretto da Evgeniya Bespalova, l’allestimento restituisce con chiarezza la struttura narrativa tradizionale, affidandosi a una lettura fedele e riconoscibile. La musica di Čajkovskij, meravigliosa anche quando filtrata da una registrazione non sempre all’altezza, continua a essere il motore emotivo della serata: valzer, adagi e colori orchestrali (la celesta che scintilla come zucchero filato) costruiscono un paesaggio sonoro emozionante e coinvolgente. Sul piano visivo, l’allestimento alterna intuizioni felici e limiti strutturali. Tra gli elementi più riusciti spiccano i topi: non veri e propri costumi, ma grandi maschere con abiti grigio‑argento e una coda essenziale, pensati per non intralciare i movimenti e per permettere cambi rapidi. Proprio questa semplicità funzionale li rende sorprendentemente affascinanti, soprattutto quando il disegno luci ne scolpisce i profili e li trasforma in una piccola parentesi teatrale autonoma, quasi un mondo a parte che irrompe in scena.
Nel secondo atto, invece, è la ricchezza cromatica a dominare: una palette ampia, fatta di texture e abbinamenti molto suggestivi, che restituisce al “regno dei dolciumi” quella dimensione immaginifica che il balletto promette fin dalle prime battute. Qui i costumi sembrano respirare davvero, come se la scena trovasse finalmente un suo equilibrio visivo. Un po’ infelice la gestione dello spazio: la ridotta distanza tra quinte e fondale limita la profondità e costringe soprattutto i momenti corali a una bidimensionalità che comprime linee, geometrie e dinamiche. È una sensazione ricorrente, come se lo spettacolo chiedesse più aria, più possibilità di espansione, più margine per far vivere pienamente i gruppi in movimento.
Nonostante questi vincoli, la serata mantiene un buon ritmo: la narrazione scorre senza cedimenti, i tempi musicali sono sostenuti e l’energia complessiva non si disperde. Resta il dispiacere di non poter associare nomi ai volti e ai ruoli, perché né il sito del Centro Servizi Culturali S. Chiara né le altre fonti consultate riportano il cast della compagnia, presentata solo in forma generica. È un’assenza che pesa, un’occasione mancata per riconoscere il lavoro degli interpreti. E tuttavia, anche senza didascalie, la danza continua a vibrare e a crescere davanti ai nostri occhi, trovando comunque il modo di far emergere il cuore del racconto.
– Visto al Teatro Auditorium di Trento, domenica 21 dicembre 2025.
Pier Paolo Chini







