Il Giardino delle Esperidi Festival: “Barbablù” e il male che ci appartiene (Parte Terza)

Venerdì 11 luglio è andato in scena “Barbablù”, spettacolo diretto da Michele Losi con la drammaturgia di Sofia Bolognini. Dopo il debutto presso il teatro Litta di Milano lo scorso marzo, “Barbablù” arriva a Campsirago, il suo luogo di nascita. All’aperto, su un palco che alle sue spalle mostra tutto il meraviglioso panorama notturno che offre il luogo, assistiamo a una replica che porta in scena un tema inquietante: il male assoluto.
“Barbablù” è una fiaba che Jean Pierrault trascrisse nel XVII secolo, e rappresenta un atto di violenza di genere, di un uomo verso le sue mogli, che diventano sue vittime per aver ceduto alla curiosità. Ma è davvero necessaria una punizione così estrema? La fiaba di “Barbablù” è lo spunto da cui parte la drammaturgia creata da Sofia Bolognini. Sul palco due attori, Benedetta Brambilla e Sebastiano Sicurezza, che non rappresentano vittima e carnefice, non incarnano i personaggi della fiaba, ma ne portano dentro tutti i segnali, facendosi eredi di una tradizione crudele tramandata di generazione in generazione.
Eh sì, i due personaggi in scena sono due metà di un tutto, due fratelli fortemente uniti (lode ai bellissimi costumi di Michele Losi e Annalisa Limonta, che curano anche le scene), che giocano, si sfidano, riportano eventi trascorsi in famiglia, rivolgendosi direttamente al pubblico. Vivono in un loro mondo, che forse è un riflesso della loro mente, da essi costruito e poi disfatto, e in cui nessun altro entra, adorno di stracci blu, con cui si divertono, e con un mangiacassette, lo strumento antico per una colonna sonora moderna. Così, tra le loro memorie e il loro presente, tra la veglia e il sonno, anticipato da una ninna nanna sulle note dell’Inno alla Gioia, i due fratelli unificano il concetto del male nel “barbabluismo”, per definire gli episodi di violenza che hanno vissuto, e che geneticamente portano avanti. Agli occhi del pubblico i due appaiono inizialmente come testimoni involontari di un male su cui non hanno potere, ma a poco a poco si capisce che non è esattamente così. I due fratelli non sono innocenti, non sono mere vittime degli eventi tragici, ma ne sono parte attiva: l’ereditarietà implica una continuità, dalla quale non possono scappare perché fa parte di loro. O forse non vogliono? Riuscirebbero mai a uscirne, a spezzare la catena degli orrori? Il male che si portano dentro si potrebbe davvero estirpare?
Domande che rimangono aperte e che il pubblico si porterà con sé. “Barbablù” è una lotta, una diatriba, un conflitto di coscienza, laddove la coscienza esiste ancora. Uno spettacolo cupo, che però non incupisce, anzi, fornisce i mezzi per poter cercare quella luce che forse potrebbe cambiare tutto.
Molto bravi e perfettamente armoniosi i due attori in scena, Benedetta Brambilla e Sebastiano Speranza, che grazie la regia di Michele Losi sono riusciti a esplorare in modo approfondito un testo non facile, riuscendo a scavarlo fino in fondo.
Roberta Usardi
Fotografia in copertina di Alvise Crovato
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