“Il cinema tragico di Pasolini” di Ennio Bìspuri

“L’unica grandezza dell’uomo è la sua tragedia”
È un volume corposo “Il cinema tragico di Pasolini” (Bulzoni, 2025 Collana Zootropio, pp. 596, euro 35) di Ennio Bispuri, studioso di formazione storica e filosofica, che ci ha lasciato da pochi mesi, consegnandoci questo ultimo e interessante lavoro: un inquadramento generale e completo dell’opera cinematografica di Pier Paolo Pasolini.
Bispuri sviluppa il suo lavoro attraverso una vera e propria indagine, articolata in sezioni che seguono come fili conduttori la percezione dell’esistenza, il cinema tragico, i caratteri formali del cinema e l’analisi critica dei film. Ne emerge uno studio attento e dettagliato di tutta la produzione pasoliniana, anche alla luce del fatto che lo stesso Pasolini considerava letteratura e cinema come “binari paralleli”, linguaggi distinti ma profondamente connessi.
Un’annotazione fondamentale – che emerge dalla nota per la lettura – è che per parlare di Pasolini è necessario attraversare molteplici dimensioni: dalla letteratura al teatro, dalla pittura al cinema, dalla sessualità alla religione, fino, inevitabilmente, alla morte – la sua morte e tutto ciò che le ruota attorno, dalla politica al potere, fino all’antropologia e alla società.
Il Lebensgefühl di Pasolini è dominato da un “sentimento tragico della vita” – come sottolinea nell’introduzione Roberto Chiesi – ovvero quella che lo stesso Pasolini definiva “ideologia della morte”. Un sentimento che Bispuri accosta al pensiero di altri grandi autori, richiamando anche Friedrich Nietzsche, e che si lega, pur in modo critico, alla dimensione del sacro. È questo Stimmung, questo stato profondo dell’animo, a condizionare tutta la produzione pasoliniana: narrativa, poesia, teatro e cinema.
Il pensiero di Pasolini appare così fondato su una costante presenza della morte, che attraversa tutte le sue opere. In questa visione tragica trova spazio anche una forte avversione verso il Potere, “inteso come veleno ontologico del vivere civile e la causa prima dell’ingiustizia…”, concepito come un elemento quasi astratto che si riflette nei due termini antinomici di sviluppo e progresso, visti come causa di infelicità e disuguaglianza.
“…in ogni sua frase, costruita come una introduzione verso il Nulla o in un autoannullamento del senso finale dell’esistenza, risiede il valore e il senso ultimo di una diagnosi senza appello sul destino umano, percepito all’interno di un perimetro tragico”.
Quasi tutti i suoi film parlano o si concludono con la morte: morire diventa il senso stesso della vita, come ricorda ne La ricotta: “Povero Stracci. Crepare. Non aveva altro modo per ricordarci che anche lui era vivo”. Morti che danno, paradossalmente, senso alle vite dei personaggi. Questo poeta “innamorato della morte” – presenza ossessiva – raggiunge il culmine nel suo ultimo film Salò o le 120 giornate di Sodoma, un’opera difficilmente sostenibile alla visione, dove c’è “tanta morte in ogni inquadratura”, come afferma Pupi Avati.
Accanto a questa dimensione tragica emergono altri elementi fondamentali: la borgata, in particolare quella dei giovani, come spazio privilegiato della rappresentazione, e l’attenzione ai personaggi femminili. Non mancano riferimenti alle relazioni con figure come Luchino Visconti e Totò, che contribuiscono a definire il contesto culturale e artistico della sua opera.
L’ultima sezione del volume è dedicata all’analisi critica, nel dettaglio, di lungometraggi, mediometraggi e documentari, completando un percorso organico e approfondito attraverso tutta la produzione cinematografica pasoliniana.
Marianna Zito








