iBuca: il tempo della memoria, il coraggio di lasciarla andare

Ci sono dischi che raccontano una storia e altri che provano ad abitare un tempo. 1955, l’album d’esordio de iBuca, appartiene alla seconda categoria: un lavoro che prende forma da una fotografia di famiglia e da una data precisa per trasformarsi in un viaggio dentro la memoria, tra radici, eredità emotive e il delicato equilibrio tra ciò che scegliamo di custodire e ciò che, prima o poi, dobbiamo imparare a lasciare andare.
In questa intervista abbiamo parlato con il duo del significato del ricordo, del valore del silenzio, della title track affidata al solo pianoforte e di un presente che sembra correre troppo veloce per concedersi il lusso dell’ascolto. Un dialogo che attraversa il loro universo musicale, sospeso tra cantautorato italiano e sensibilità alternative, alla ricerca di un modo autentico di raccontare il tempo.
Ecco la nostra intervista.
“1955” è un disco che nasce da una fotografia e da una data molto precisa. Quando avete capito che quel numero non sarebbe stato soltanto un titolo, ma il centro gravitazionale dell’intero progetto?
Quando ci siamo accorti che ogni canzone, in un modo o nell’altro, stava tornando lì. “1955” non spiegava il disco: lo teneva insieme.
La memoria è uno dei temi portanti dell’album. Che rapporto avete con il ricordo? Per voi è più un luogo in cui tornare o un territorio da attraversare per andare avanti?
La memoria è viva: cambia insieme a noi. Ogni volta che torni su un ricordo, in realtà stai incontrando una persona diversa.
Nel disco si percepisce una forte componente autobiografica, ma le canzoni sembrano lasciare spazio anche alle storie degli altri. Quanto è importante trovare un equilibrio tra esperienza personale e dimensione universale?
Se una canzone resta solo nostra, probabilmente non ha finito il suo lavoro. Scriviamo di noi sperando che qualcuno ci trovi un pezzo di sé.
“1955” parla anche di eredità, non solo familiare ma emotiva. Quali sono le cose che sentite di aver ricevuto dalle generazioni che vi hanno preceduto e che oggi portate nella vostra musica?
Abbiamo ereditato il modo di guardare il mondo prima ancora delle parole per raccontarlo. Le nostre canzoni partono anche da lì.
La title track è l’unico brano strumentale dell’album. In un lavoro costruito attorno alle parole, perché avete sentito il bisogno di affidare proprio a un pianoforte il compito di raccontare il cuore del disco?
Perché ci sono emozioni che, appena provi a nominarle, diventano più piccole. Il pianoforte le ha lasciate respirare.
Viviamo in un presente che sembra consumare tutto molto rapidamente. Pubblicare un album che invita a fermarsi, ricordare e riflettere può essere considerato quasi un gesto controcorrente?
Forse sì. O forse è solo un piccolo atto di resistenza: concedersi il tempo di ascoltare davvero.
Dal punto di vista sonoro, “1955” si muove tra cantautorato italiano e suggestioni alternative pop. Quali sono stati i riferimenti artistici, musicali o letterari che vi hanno accompagnato durante la scrittura?
Le influenze ci sono, inevitabilmente, ma abbiamo provato a usarle come bussola, non come destinazione. Se volete dei nomi sono senz’altro: i Radiohead, Niccolò Fabi, i Bon Iver, Tenco, Kerouac, Dostoevskij e Del Piero.
https://www.instagram.com/ibucaofficial/
https://www.facebook.com/Ibucaofficial/#








