Gli SpinRockets raccontano il loro ultimo singolo “Taboo”

Da poco più di un mese è uscito il loro ultimo singolo “Taboo”, una fuga emotiva che segue la fine di una relazione complessa. Loro sono gli SpinRockets, band pop guidata dal frontman Gabriel Aglieri Rinella e dal bassista Samuele Maone. Li abbiamo intervistati e ci hanno detto delle cose interessanti in merito alla loro “Taboo”.
“Taboo” è il vostro ultimo singolo. Come nasce il progetto?
Taboo è nata per caso, una sera del maggio 2024, dopo aver spento la tv, ascoltando dei vari disastri che ogni giorno accadono e nel mezzo di un flusso di pensieri riflettendo sui rottami di una storia ormai distrutta.
Nel singolo il concetto di “tabù” non appare mai come qualcosa di esterno o imposto, ma piuttosto come una frizione interna. È più un conflitto individuale che sociale quello che raccontate?
I tabù sono dei concetti che ci fanno paura da affrontare, come degli scheletri dell’armadio che abbiamo paura di svelare. Allo stesso modo nel brano affrontiamo questa paura del confronto con quella che poi è alla fine la realtà dei fatti che, nonostante le mille parole che si sarebbero potute dire all’interno della relazione, resta lampante e invariata.
Dal punto di vista sonoro, “Taboo” gioca su una tensione che non esplode mai del tutto. È stata una scelta consapevole fin dall’inizio o il brano ha trovato questa forma durante la produzione?
Nonostante il lavoro in studio, il pezzo è sempre stato concepito come una soft ballad con venature rock ma che avrebbe mantenuto una tensione costante per lasciare il vuoto, alla fine del pezzo, nell’anima di chi la ascolta.
Se doveste collocare “Taboo” dentro il vostro percorso, non come singolo ma come momento narrativo, che ruolo ha: rottura, transizione o punto di equilibrio?
“Taboo” è fondamentale per il nostro percorso perché ha un ruolo transitivo che accompagnerà noi e i nostri ascoltatori verso una nuova fase inedita della nostra musica.
Il titolo richiama qualcosa che di solito si evita di nominare. C’è stato un momento in cui avete avuto il dubbio che il brano fosse “scomodo”, anche per voi stessi, prima ancora che per chi ascolta?
Assolutamente, già da subito. Ho scritto brano in circa 10 minuti e non appena ho suonato l’ultima nota di piano ho capito immediatamente che sarebbe stata una canzone che mi avrebbe fatto riflettere e maturare. Il pezzo è rimasto in cantiere per quasi 2 anni, aspettando il momento giusto per prendere il volo, sia musicalmente che, soprattutto, emotivamente.
Viviamo un’epoca in cui tutto viene immediatamente esposto e raccontato. Con “Taboo” state difendendo l’idea che alcune cose abbiano ancora bisogno di silenzio, più che di parole?
Crediamo che anche i silenzi sappiano comunicare e spesso riescono a dire molto più loro che mille parole; il limite però sta nel non farsi trascinare a fondo dai troppi silenzi che rischiano poi di farti affogare.
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