Far girare il vento con Tindaro Granata: “Vorrei una voce” al Teatro Camploy

“Quando mi sta per succedere qualcosa di bello ho la sensazione che finisca prima ancora di iniziare.” La frase arriva come un soffio, quasi un avvertimento, e basta a definire il clima emotivo con cui Vorrei una voce si apre al pubblico del Teatro Camploy di Verona, in scena il 26 marzo in occasione del penultimo appuntamento della rassegna Tu donna 2025/26 curata da Modus, inserito nel cartellone cittadino La Repubblica delle donne. 80 anni di futuro. Una data, quella del 26 marzo, che va giustamente sottolineata con un sorriso: cade a ridosso del compleanno di Mina, figura centrale e colonna sonora portante del racconto. Tindaro Granata, autore e interprete dello spettacolo, sprigiona un calore particolare già dal primo momento. Un calore che nasce dal modo in cui si rivolge al pubblico lasciando affiorare esitazioni e gesti fragili, come se la vulnerabilità si rendesse necessaria per far emergere le storie che sta per evocare. Ci si dimentica presto che è un monologo: i personaggi si moltiplicano, respirano, si contraddicono e sembrano davvero affollare il palco, la scena sembra dilatarsi per accogliere tutti.
La drammaturgia affonda le radici nel laboratorio pluriennale che Granata ha condotto con le donne della sezione di alta sicurezza della Casa circondariale di Messina. Emergono in particolare le figure di cinque donne, ininterrottamente impegnate a ricomporre ciò che la vita ha ridotto in frantumi, cinque madri alle prese con la distanza dalle proprie famiglie. Per loro, mettere in scena l’ultimo concerto dal vivo di Mina rappresenta un’autentica sfida alle regole non scritte del carcere, dove la femminilità e il bisogno profondamente umano di sognare e desiderare vengono piegati, negati, talvolta persino cancellati. Ci si affeziona a ciascuna di loro mentre si fa strada nella propria selva oscura usando una lingua che procede per ripetizioni, deviazioni e ritorni, un groviglio di labirinti verbali in cui le frasi sembrano cercare un varco possibile, inciampando e rialzandosi. “La prima volta che arrivavi davanti alla porta del curatolo dovevi fare tre giri. Il primo giro per ricordarti il nodo d’amore che volevi sciogliere. Il secondo giro per ingannare gli spiriti maligni. Il terzo per far girare il vento.” Ed ecco irrompere uno dei rari personaggi maschili in questo universo irregolare e pulsante, il curatolo: scattante, geometrico, inquietante. Le sue movenze sono passi di una danza mistica, la voce un tamburo che percuote più che parlare; custode di riti che intrecciano corpo, desiderio e destino, è un’apparizione che ordina, prescrive e giudica, per svanire un istante dopo senza lasciare eco.
L’impianto scenico è ridotto all’essenziale: cinque faretti colorati, un’asta da microfono, una cassa acustica utilizzata come sgabello e alcuni abiti luccicanti che funzionano da soglie di trasformazione più che da elementi decorativi. “Dentro il carcere c’erano sempre le sbarre, tranne che in teatro… e noi ci sentivamo libere”, ricorda una delle donne, e in quel momento il playback non è più un artificio: nella voce di Mina ciascuna ritrova la propria, con tutto ciò che riesce a far emergere da sé e di sé. I passaggi tra una figura e l’altra non seguono uno schema fisso: talvolta avvengono attraverso un cambio d’abito, altre volte soltanto grazie alla voce o a un gesto, ma sempre con una fluidità che il pubblico riconosce immediatamente. Tra tutte e cinque, una spicca come cerchio più grande: Assunta. È la prima voce che incontriamo e l’ultima che resta, quella che tiene insieme dentro e fuori, prima e dopo, vita e memoria. Senza rivelare troppo, è attraverso lei che si comprende quanto il teatro possa custodire una storia e restituirla al mondo con delicatezza, senza tradirla. Alla terza visione, Vorrei una voce commuove ancora, e ancora. Non solo per ciò che Tindaro Granata racconta, ma per come lo fa e per la cura che riesce a mettere in ogni singolo gesto.
Pier Paolo Chini








