“Decadenza e fascino” di Eva Baltasar

“Decadenza e fascino” di Eva Baltasar (Fandango, pp. 144, euro 16, traduzione di Amaranta Sbardella) è un libro dissacrante, da leggere, rileggere, digerire, elaborare. Le parole sono un fiume in piena. Le frasi che inizialmente sembrano incomprensibili, si richiudono infine in un cerchio, trascinandoci verso un armonico vortice di paure, sogni, emozioni che, poco alla volta, si ricompone, restituendo lentamente una chiara fotografia della realtà.
La descrizione cruda, decisa e pungente della prima parte, diventa lirismo nella seconda. La quotidianità di una giovane donna improvvisamente è scombussolata da avvenimenti che la conducono nella routine di strada, verso la miseria, dalla ludoteca a un lavoro da domestica, fino a errare in una Barcellona notturna e marginale. Toccare il fondo e poi risalire, cambiando tutto ciò che prima era certezza.
“Scolo il bicchiere con un risucchio rumoroso. Se sono capace di fare tutto questo rumore, allora devo essere parecchio viva. Non posso morire. Non posso morire perché adoro la horchata”.
Questa è la decadenza, qui è narrata la schiavitù di un sistema che decide le sorti degli individui, incasellandoli in ruoli impossibili da scardinare, fino a sentirsi “l’epicentro della disgrazia”, fino a vomitare “angoscia e disperazione”.
La seconda parte è il fascino. È il momento in cui la protagonista vive una sorta di rivincita, personale e sociale, creando e ricreando il suo mondo, scoprendosi non più sola, ma penetrando l’animo dell’altra, quella che un giorno fu la sua padrona e che ora rappresenta una divinità da adorare, contemplare, baciare.
“E poter dire che la mia stanza è adesso un luogo sacro perché vi comincia qualcosa di sconosciuto, che ancora mi sopraffà”.
Ma la caduta iniziale non si interrompe, cambia solo direzione.
Marianna Zito








