“Cari spettatori”, il nuovo spettacolo del Maestro Danio Manfredini al teatro Menotti di Milano

“Un’opera teatrale non deve essere guardata!”
Tadeusz Kantor
Così ammoniva il grande Maestro polacco, ricordandoci che il teatro non è uno spettacolo da contemplare passivamente, ma un luogo di esperienza viva e condivisa…
Con “Cari spettatori “, Danio Manfredini di questa verità si fa carne: lo sguardo (il suo, il nostro, quello dei protagonisti) non si limita a osservare, ma si intreccia con il ricordo e con un passato che riaffiora di continuo come ombra insistente, mentre ciascuno di noi diventa parte di un dialogo tra chi guarda e chi è guardato.
La scena è scarna, quasi provvisoria: due letti, pochi oggetti, una quotidianità minima; uno spazio sospeso tra interno domestico e reparto psichiatrico, tra rifugio e confino. Sul palcoscenico si muovono due figure ai margini, due esistenze che cercano ostinatamente un ordine possibile nel disordine del reale. Manfredini non costruisce personaggi psicologici: mette in scena presenze, poveri corpi che portano addosso la fatica del vivere, la ripetizione, l’ossessione, l’inciampo linguistico. Eppure, dentro questa apparente povertà, si apre una dimensione vertiginosa: il desiderio di fare teatro, di rappresentare il mondo, di dire l’indicibile. Uno dei “fili drammaturgici” più evidenti di “Cari Spettatori” è il bisogno estremo, vitale, febbrile di “fare uno spettacolo”. Si immaginano regie impossibili, temi enormi, universali, visioni sproporzionate rispetto ai mezzi. C’è tanta tenerezza, mai compassione. Il Teatro visto come atto di sopravvivenza: non un’arte, ma una funzione vitale. Come se crearlo, anche solo mentalmente, o a parole, fosse l’unico modo per non sprofondare del tutto.
Manfredini, come Kantor, mette in crisi la posizione di chi osserva. In “Cari Spettatori” chi guarda non può illudersi di nascondersi nella neutralità dello sguardo: è chiamato in causa, esposto, riflesso dentro un dispositivo scenico dove memoria personale, frammenti biografici e immagini del passato non si propongono in forma di racconto lineare ma come presenza che preme, insiste, quasi fosse un corpo estraneo che continua a pesare sul presente.
È per questo motivo che un elemento apparentemente secondario, il televisore acceso che trasmette vecchi video dei protagonisti, diventa in realtà uno dei dispositivi più potenti dello spettacolo: un terzo personaggio che non è semplice memoria quanto piuttosto testimonianza oggettivata, registrata, restituita come immagine fissa…; tutto questo mentre i corpi in scena sono fragili, instabili, vivi e non più vivi. Quelli che i due protagonisti vedono guardando lo schermo sono loro e non sono più loro: versioni archiviate, già guardate, che pronunciano parole biascicate; tracce di ciò che sono stati — in istituto, in comunità, in altri momenti della loro vita — che continuano a riaffiorare.
Il televisore introduce così un doppio inquietante, in cui il passato non passa ma continua a riapparire, come un’ombra che abita e condiziona continuamente il presente. È come se il passato restasse sempre acceso in sottofondo, impossibile da spegnere del tutto. Un po’ come per Kantor, per il quale i personaggi convivono con le proprie “ombre” o con i propri doppi: qui il doppio è tecnologico, ma l’effetto è lo stesso. Si è vivi e, allo stesso tempo, già archiviati.
A essere in crisi è anche lo sguardo dello spettatore: mentre noi li osserviamo scopriamo che anche loro sono stati, e sono, oggetto di uno sguardo esterno, sociale, condizionante. Così noi. Il contrasto tra l’immagine registrata e la presenza viva del teatro diventa in questo modo anche dichiarazione poetica: Il video conserva, ma immobilizza; la scena espone, rischia, accade.
In questo scarto si gioca forse il senso di Cari spettatori: la vita non è ciò che è stato documentato ma ciò che, nonostante tutto, continua a succedere qui, davanti a noi. Insieme a noi.
Nel Teatro del Maestro Danio Manfredini risuonano forti, ancora una volta, le paroie di Tadeusz Kantor:
“Questo non è uno spettacolo, questo non è un palcoscenico e voi non siete spettatori”
A.B.
CARI SPETTATORI al Teatro Menotti, 1 Febbraio 2026
Regia, Scene, costumi, testo e banda sonora: Danio Manfredini
Con: Vincenzo Del Prete e Giuseppe Semeraro








