“Anna Magnani” raccontata da Chiara Tognolotti

“Lo sberleffo della popolana di Trastevere, la sua risata, la sua impazienza, il suo modo di alzare le spalle, il suo mettersi le mani sul collo sopra le ‘zinne’. La sua testa ‘scapijata’, il suo sguardo di schifo, la sua pena, la sua accoratezza: tutto è diventato assoluto, si è spogliato del colore locale ed è diventato merce di scambio, internazionale. È qualcosa di simile a quello che succede per i canti popolari” – Pier Paolo Pasolini
Il piccolo volume “Anna Magnani” (Carocci, Collana Bussole, pp. 120, euro 13.50) propone molto più di una semplice ricostruzione biografica. Chiara Tognolotti offre infatti una vera e propria disamina del lavoro sul corpo e sulla voce che ha reso la Magnani una figura irripetibile nel panorama cinematografico italiano e internazionale. Il percorso artistico dell’attrice viene ricostruito intrecciando formazione, modelli recitativi e scelte performative, mostrando come la sua forza non risiedesse semplicemente in un istinto naturale, come spesso si è portati a credere, ma in una tecnica solidissima maturata prima nel teatro e poi nel cinema. La sua formazione inizia alla Regia Scuola di Recitazione “Eleonora Duse”, fondata da Silvio D’Amico: un passaggio fondamentale che contribuisce a chiarire come l’intensità emotiva della Magnani non sia mai improvvisazione pura, bensì il risultato di un controllo consapevole dei propri strumenti espressivi. Prima ancora del cinema, sono il teatro di rivista, l’avanspettacolo e la prosa a offrirle un banco di prova decisivo: è qui che affina il ritmo, la presenza scenica, la capacità di modulare la voce e di dominare lo spazio.
Il corpo di Anna Magnani è un corpo che occupa lo spazio, che reagisce, che vibra. Tutto in lei passa attraverso la gestualità, la postura, la vocalità. La voce – roca, potente, caratterizzata dal dialetto romano – diventa uno strumento espressivo inconfondibile: la risata improvvisa, il grido spezzato, le inflessioni popolari sono segni identitari prima ancora che elementi stilistici. Basti pensare alla celebre sequenza di Roma città aperta (1945) di Roberto Rossellini, dove il suo urlo disperato corre dietro al camion: un momento che ha segnato l’immaginario del neorealismo e consacrato la Magnani come volto della tragedia collettiva italiana. Il volume ripercorre inoltre le sue collaborazioni con registi fondamentali, da Rossellini a Luchino Visconti – con cui realizza Bellissima (1951), straordinario ritratto di madre ambiziosa e contraddittoria – fino a Luigi Zampa e, naturalmente, a Pier Paolo Pasolini, che in Mamma Roma (1962) le affida un altro ruolo di madre tragica, figura potente e dolorosa sospesa tra aspirazione borghese e marginalità sociale.
Uno degli aspetti più interessanti messi in luce da Tognolotti è il modo in cui Anna Magnani costruisce i personaggi a partire da sé stessa. Non si annulla mai completamente nel ruolo, ma lo attraversa, lo modella sulla propria esperienza e sul proprio temperamento. È come se ogni personaggio fosse un’estensione della sua identità, un abito cucito addosso alla sua personalità intensa, ironica, impulsiva, con una profonda dimensione materna. La maternità, infatti, è un filo rosso che attraversa molti dei suoi ruoli, da Roma città aperta a Bellissima, fino a Mamma Roma. Non si tratta mai di una maternità idealizzata, ma è concreta, conflittuale, a volte disperata, ma sempre molto umana. Come suggeriva Pasolini, ciò che nasce da uno sberleffo di Trastevere, da una risata ruvida o da un gesto impulsivo si spoglia del colore locale per diventare linguaggio condiviso, patrimonio collettivo. È in questa tensione tra radice popolare e forza universale che si misura ancora oggi la grandezza di Anna Magnani.
Marianna Zito








