“Amleto” o L’arte di sfuggire al proprio destino

A quindici anni dal debutto, Filippo Timi riporta in scena il suo “Amleto²”, elevato alla seconda potenza, in scena al Teatro Bellini di Napoli fino al 7 dicembre. Intuiamo che non sarà un Amleto classico. Infatti, questo Amleto si rifiuta di amare, di uccidere, di vendicare il padre. Vorrebbe essere lasciato stare, vivere un’altra vita, ma non sa bene quale. Sa solo ciò che non vuole: intanto non vuole il destino prescritto. È un Amleto irrisorio, bastian contrario, imprevedibile rispetto alla classica tragedia, egocentrico e ribelle.
Ma intorno a lui gli altri personaggi non sono pronti a cambiare i propri copioni. È la stessa tensione che si vede nella vita reale quando uno psicodramma va in frizione: il protagonista prova a riposizionarsi, a cambiare il suo punto nel sistema, ma trova resistenza nei ruoli, nelle aspettative, nel programma mentale legato al passato.
“C’è qualcosa di marcio, nello stato di Danimarca” è una celebre battuta del testo originale, che Timi non ripete, ma che aleggia per tutto lo spettacolo. Qui tutto puzza, e non serve nominarlo. Il marcio lo senti nella tenuta fragile dei legami, nella corte che gira a vuoto, nella ritrosia di un protagonista che vede crepe ovunque. In questo quadro si inserisce anche la rappresentazione del fantasma del Padre, incarnato da una Marilyn Monroe triste e luminosa, evocando complessi edipici e patriarcali che mettono in collegamento nodi emotivi di epoche diverse. Timi-Amleto spezza la quarta parete con naturalezza, portando al quadrato il metateatro del testo originale. Parla al pubblico, lo provoca, lo coinvolge; evocarlo prende i tratti della sua visionarietà, come voci nella sua testa, un aspetto della sua follia. Il metateatro avvicina attore e spettatori, generando scoppi di ilarità e momenti di vicinanza emotiva, ma non cambia le sorti del personaggio, che non sa cosa fare della sua vita, e rimane prigioniero in una gabbia dorata. Una gabbia di “matti”.
Dal prologo compaiono inserti più universali e metafisici, gli echi gnostici shakespeariani e i post-moderni della fisica quantistica, indicano l’incertezza e l’inconoscibilità profonda del reale (interiore ed esteriore): rimarcano che più cerchi di avvicinarti alla realtà, più questa ti sfuggirà. Vediamo il dilemma dell’essere o non essere prendere una direzione diversa. Qui l’Amleto di Timi non vuole morire, non vuole dormire, non vuole passare la vita a sognarla, prova in modo goffo e umano a trovare un finale diverso. E dimostra una cosa essenziale: far ridere non basta per trasformare una tragedia in una commedia. La tragedia resta, solo si illumina diversamente la ferita.
Accanto a lui ci sono figure fortissime. La Marilyn “bionda dentro” di Marina Rocco, l’emblema della fragilità in un mondo avido e senza scrupoli, dal talento e dalla bellezza con i minuti contati. L’Ofelia quasi preraffaelita di Elena Lietti, e una Gertrude travolgente e sboccata di Lucia Mascino.
La costruzione dei personaggi è spinta fino al limite, deformandoli partendo dai loro nuclei emotivi, con toni grotteschi e carichi di personalità delirante. Personaggi tragici, doloranti, incatenati ai propri ruoli, che ancora più cozzano con l’insolita riottosità di Amleto. Nella tragedia originale Amleto era pazzo, poiché troppo profondamente vedeva le trame del mondo in cui era inserito e in cui non si riconosceva, la sua follia era contro la vanità del mondo. Qui fa un passo evolutivo molto “contemporaneo”, come un hikikomori, si rifiuta di partecipare al gran cabaret del potere di corte.
Bellissime la scenografia, i costumi fantasiosi che ricordano Tim Burton e un disegno luci che reinventa lo spazio. Questo è davvero un Amleto al quadrato: esagerato, ironico, barocco. Imperfetto, quindi vivo. Uno stile pantagruelico in cui non manca nulla, a tratti sfiorando alte vette di trash, tra citazioni pop e finte flatulenze sparate come petardi.
Timi lascia Amleto su una soglia: troppo lucido per restare, troppo ferito per andarsene davvero, forse a significare che dobbiamo accettare l’incertezza, non sempre scioglierla.
Brigida Orria
Foto di Annapaola Martin
Amleto²
Uno spettacolo di e con Filippo Timi
e con Lucia Mascino, Marina Rocco, Elena Lietti, Gabriele Brunelli, Mattia Chiarelli
luci Oscar Frosio
produzione Teatro Franco Parenti / Fondazione Teatro della Toscana







