Al Teatro Out Off di Milano è in scena “Speed”: il mondo allucinato di un giovane che non ha pace

Gino Riboldi è un giovane drogato che poco prima di morire, nei bagni della Stazione Centrale di Milano, ripercorre i momenti della sua vita; Gino è il protagonista di “In exitu”, opera di Giovanni Testori del 1988, che ha ottenuto subito un grande successo per l’ingegnosità del linguaggio, tipica dell’autore.
Sulla storia di Gino Riboldi si ispira liberamente “Speed”, in scena al Teatro Out Off di Milano dal 24 al 29 marzo, con la regia di Paolo Panizza, dramaturg Roberto Simonte, e la straordinaria interpretazione di Maziar Firouzi.
Gino è qui un ragazzo gay, siciliano, dipendente dalla droga e incapace di trovare pace dentro di sé. Il palco assomiglia a una grande stanza disordinata e scomposta, che riflette la mente confusa del protagonista. Il pubblico è invitato ad accomodarsi in scena, su sedie o panchine appositamente collocate, da cui la visione è ancora più forte e coinvolgente. Come prima cosa, Gino offre a ogni spettatore presente sul palco una pillola, con un sussurro, un pacato invito a unirsi a lui, scegliendo tra pillola bianca, rosa o viola. Gli effetti? Una deforma il viso, un’altra fa cadere i denti e l’ultima crea allucinazioni realistiche. Che la si prenda o no, l’intero spettacolo assume i contorni di una grande allucinazione, in cui Gino coinvolge il pubblico chiedendo di scegliere tra due opzioni. Sì, perché i momenti che rivive sono collegati a colonne sonore, ad anni passati in cui esistevano ancora audiocassette e VHS, e ognuna di loro rievoca una parte di vita ben precisa. Tra la fine degli anni novanta e i primi anni duemila si assiste a ricordi dolorosi, tra percosse, esperienze sessuali dal piacere frustrante, alla ricerca di qualcosa di non ben definito, ma che porta sul fondo un grande dolore e smarrimento.
Il pubblico sul palco ha la possibilità di osservare in modo privilegiato e unico i moti emotivi di Gino, armato di fiumi di parole toccanti, a volte sconnessi, legati non solo a momenti atroci, ma anche ad affetti sinceri, in particolare verso sua madre, di cui ha un ricordo triste, che desidererebbe cambiare, donandole nuova luce negli occhi nonostante l’abbandono del marito, e ricevendo in cambio un abbraccio sentito.
Maziar Firouzi è un Gino frustrato e tormentato, ma anche tenero e commovente, in un’altalena di emozioni che mischiano dolore e dolcezza. La regia di Paolo Panizza ha permesso un collegamento importante tra attore e spettatori, siano essi sul palco o in platea. Ognuno è stato parte dell’allucinazione di Gino, aiutandolo nel suo delirio e creando un pathos che non si è dissolto fino alla fine.
Il tempo si è come fermato su quel palco, e ogni spettatore ha cercato di offrire a Gino una parte di sé. Nella tragicità della storia è la poesia dell’insieme ad avere la meglio, anche in una società come quella di oggi, colma di rabbia e che usa un linguaggio senza filtri.
“Speed” è uno spettacolo da vedere, senza paura, possibilmente sul palco, affidandosi a ciò che accade, a Gino, concedendogli finalmente quell’abbraccio che ha sempre voluto.
Roberta Usardi








