“10 e 10”: il punto in cui il tempo lineare si arresta e si trasforma in tempo interiore”: intervista alla scrittrice Deborah Cappagli

“10 e 10 Il tempo che ama” è il primo romanzo di Deborah Cappagli, una lettura da cui non ci si stacca fino alla fine, grazie al suo stile intimo e profondo (qui la nostra recensione). La storia racconta il percorso interiore di una donna, dalla rottura alla rinascita: tutto accade in dieci giorni e dieci notti, mentre un orologio rimane fermo alle 10 e 10, l’ora perfetta e simmetrica, e un po’ inquietante. Per entrare ancora più a fondo di questa lettura abbiamo posto qualche domanda all’autrice.
Buongiorno Deborah, ho apprezzato molto “10 e 10 Il tempo che ama”, e la prima cosa che vorrei chiederle è il processo creativo che ha portato alla sua realizzazione e in quanto tempo lo ha scritto.
“10 e 10” nasce da tre sogni consecutivi che feci tredici anni fa. Erano sogni nitidi, simbolici, come se qualcuno avesse acceso una luce in una stanza che non avevo ancora avuto il coraggio di aprire. Non potevo ignorarli: erano un invito. Da lì è iniziato un processo lento, quasi sotterraneo. Ho impiegato circa un anno a scriverlo: non un anno lineare, ma un anno di ascolto e di decantazione. La storia chiedeva tempo, chiedeva precisione. La prima stesura è arrivata come un flusso; il lavoro successivo è stato soprattutto togliere, lasciare spazio, far respirare le parole.
“10 e 10 il tempo che ama” ha una protagonista di cui non viene detto il nome, ma non è neanche importante saperlo, perché è ciò che le succede dentro a tirare le fila della trama, e ci si può facilmente riconoscere. Mi ha colpito il suo stile di scrittura, un flusso di coscienza senza filtri, come mai questa scelta?
La protagonista non ha nome perché non volevo che fosse una figura da osservare, ma un luogo da abitare. Il lettore entra direttamente nel suo movimento interiore, senza la distanza che un nome spesso crea. Per quanto riguarda lo stile, può sembrare un flusso di coscienza “senza filtri”, ma in realtà è una scrittura molto pensata. Ho lavorato sul ritmo, sulla sottrazione, sulla precisione delle immagini interiori. Quello che appare immediato è il risultato di un ascolto attento: volevo restituire un attraversamento emotivo nel modo più essenziale e onesto possibile, senza sovrastrutture ma con misura.
Se dovesse abbinare al romanzo una musica, quale sceglierebbe?
Se dovessi abbinare al romanzo una musica, sceglierei qualcosa che appartenga alla stessa soglia in cui si muove la storia: un territorio sospeso tra veglia e sogno, tra il visibile e ciò che affiora. “10 e 10” non è un romanzo realistico, ma un attraversamento simbolico. Per questo immagino una musica circolare, ipnotica, che emerga dal silenzio e poi vi ritorni. Penso alle atmosfere minimali di Max Richter, Ólafur Arnalds o Nils Frahm: pianoforti che si dissolvono, archi che vibrano come un presagio. Oppure a una chitarra che diventa voce, come nelle parti più sospese di Santana.
Che significato ha per lei il numero 10?
Il numero 10, per me, non ha un significato deciso a tavolino. Non l’ho scelto: mi è arrivato nei sogni, con una forza e una precisione che non lasciavano spazio all’interpretazione. Era lì, ricorrente, come un simbolo che chiedeva solo di essere accolto. Solo scrivendo ho compreso che il 10 porta con sé un’idea di compimento e di soglia: un cerchio che si chiude e si riapre, un equilibrio che contiene insieme la fine e l’inizio. Nel romanzo diventa il punto in cui il tempo lineare si arresta e si trasforma in tempo interiore.
Come è nata la sua vocazione alla scrittura?
Più che una vocazione alla scrittura, credo di avere una vocazione all’arte. Sono cresciuta in una famiglia in cui la creatività era un gesto naturale: mio padre suonava, mia madre dipingeva, mio nonno scolpiva il bronzo. L’arte, per me, non è mai stata un obiettivo: è un modo di stare al mondo.
Quali sono gli autori, sia italiani, sia stranieri, che ama di più?
Potrei citarne molti, perché non amo un autore in quanto autore: amo ciò che emerge dalla sua scrittura. Amo ciò che nasce da una frase, non da una pagina intera. Amo la sottrazione, il non detto, lo spazio che una voce lascia al lettore. Per questo, anche in autori molto diversi tra loro, cerco sempre la stessa risonanza: gli odori che si sprigionano da Márquez, gli sguardi che restano in Eco, la tensione visionaria di Poe, la bellezza che nasce dal buio in Baudelaire. E, sul versante della sottrazione, mi affascina la nudità essenziale di Carver o la precisione tagliente di Agota Kristof.
Quali sono i suoi prossimi progetti, è già all’opera su un altro romanzo?
In realtà ho già due romanzi terminati da tempo e uno in lavorazione. Il primo è un viaggio interiore raccontato da una voce inusuale, che attraversa luoghi simbolici legati agli stati dell’anima. È un romanzo di metamorfosi e percezione, dove il movimento è soprattutto emotivo. Il secondo ruota attorno al tema dell’identità e della ribellione all’incasellamento. Cinque figure femminili incarnano possibilità e parti mancanti, in una storia che gioca con la percezione e con ciò che si rivela solo alla fine. Scrivo da sempre, ma non ho mai vissuto la pubblicazione come un obiettivo. Per questo non so ancora se pubblicherò di nuovo: è una scelta che non voglio forzare. Quando ho deciso di pubblicare 10 e 10, dopo tredici anni, l’ho fatto semplicemente per averne una copia, per custodirlo. Solo dopo ho capito che il libro voleva camminare, e l’ho accompagnato.
Roberta Usardi
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